Il mondo di Othmar Winkler

Nel visitare un’esposizione, una attenzione particolare è rivolta sempre all’allestimento, alla messa in scena dell’opera. Ci sono veri e propri capolavori la cui visione è completamente rovinata dalle posizioni sbagliate delle luci, dall’immancabile e funesto riflesso, dal perdersi nel colore della parete, dall’esser posto all’altezza sbagliata, ecc. Tutti fattori questi che inficiano e impediscono una sana fruizione estetica dell’opera. E di esposizioni completamente rovinate ce ne sono state tante e ce ne saranno ancora molte, e questo succede spesso quando sull’opera – il vero soggetto – prevale il progetto dell’architetto/allestitore. Due protagonisti in una sala solitamente litigano e lo spettatore non è venuto certamente per visionare il progetto espositivo ma per assaporare il lavoro.
Ebbene capita invece che la bravura – solitamente legata alla passione e all’amore per l’arte – faccia sì che un’intelligente e sapiente allestimento evidenzi, potenzi e valorizzi l’opera d’arte, rendendogli il suo status di soggetto primario. Un esempio di questo accrescimento del lavoro dell’artista attraverso l’allestimento – di un artista che non ne ha sicuramente bisogno ma che comunque ne ha guadagnato raddoppiando le sue potenzialità – è quello della mostra antologica che il Centro Arte Contemporanea di Cavalese ha organizzato per ricordare Othmar Winkler, con un catalogo i cui testi sono del filosofo Marcello Farina, che offre una lettura inedita dell’artista, e del figlio Ivo. Elio Vanzo, il curatore, e Lionello Vanzo hanno approntato un percorso che si dilunga sui tre piani dello storico palazzo Rizzoli (di per sé vale una visita). Ad iniziare dal grande totem appositamente costruito che sale lungo la tromba delle scale per tre piani schiudendo di tanto in tanto delle nicchie in cui appaiono delle piccole sculture di Othmar Winkler fino alla collocazione aerea di opere che richiamano il volo (e il sogno) di Icaro, senza dimenticare la scultura-pannello “elettronica” che racconta i disastri del mondo oppure la grande opera del lavoro dell’uomo, lo sguardo si appaga e si riempie di arte e di sola arte. Non è facile e non è cosa quotidiana che l’arte sia valorizzata in tal modo. Sembra quasi che i curatori abbiano imparato, dopo decine di mostre giocate tutte sulla contaminazione culturale, ovvero sul rapporto dialettico tra la cultura nordica e quella mediterranea, come si debba “offrire” al pubblico un’opera d’arte. E allestire una mostra come questa non è facile, come non era facile il carattere di Othmar Winkler, scorbutico, immediato, spontaneo, ricco di slanci e di ripensamenti. Lui che ha fatto il ritratto di Mussolini (1932) a Roma e di Goebbels – ministro della propaganda nazista del Terzo Reich (1932-33) – a Berlino, ha avuto il coraggio, dopo aver assistito al processo di Martin Van der Lubbe, colui che nel 1933 bruciò il Reichstag, di rinnegare entrambi e di andarsene in Norvegia (1937), ad Oslo. Qui conosce Edvard Munch, qui affina le sue sculture angolose, spigolose, essenziali, evoluzione naturale e spontanea dei Cristi crocifissi che incontrava sui sentieri della sua val Pusteria o della val Gardena, esangui, schematizzati, ridotti all’essenziale, alla pura e immediata tragica fatalità. Ma è anche capace di affondare le mani e la testa nel clima mitologico mediterraneo, portando in superficie il canto disperato e voglioso di un Pan o di un Satiro, i sogni romantici e utopici di un Icaro. Tra sacro e profano, tra cultura popolare e cultura alta, il suo oscillare lo porta sempre più vicino all’uomo, a cantarne le illusioni e le disperazioni, la vita e la morte. Quando l’Istituto di Maria Bambina di Trento gli commissiona una Via Crucis, per lui è naturale inserire nell’angosciata salita verso la sommità del Golgota di Gesù l’intera umanità che ha sofferto e soffre con lui: operai, contadini, sfruttati, preti decaduti, donne schiavizzate. Pesante sarà la mannaia censoria che cadrà sopra la sua testa. Fatto questo che lo farà volgere verso dei cicli bronzei legati sempre più all’uomo, nella consapevolezza che è lui il vero artefice sacro. Nascono così i “Lavori fondamentali dell’uomo” (1955-58 per la Provincia Autonoma di Bolzano), il “Lavoro contadino” (1962-66 per la Provincia Autonoma di Trento), il monumento a Padre Haspinger a Gries, ai Caduti a Bressanone, a “Gaismair e le rivolte contadine”, fino all’ultimo grande ciclo de la “Storia delle genti trentine” (1982 per il Consiglio Provinciale di Trento).
Quando si spegne, il 22 agosto 1999 a Trento, non scompare soltanto un artista, ma muore un ribelle, un vagabondo dell’anima e delle passioni, e il piccolo cimitero di Velturno che lo ha accolto nel proprio ventre è consapevole di che lì, nel paese della polvere come lo chiamano gli ebrei, dorme un grande uomo che ha molto da insegnare ancor oggi ai potenti della nostra terra, sacra o profana che sia.
La mostra, dal titolo “Europa”, chiude il 2 aprile. Info: www.artecavalese.com.